Oltre il limite, Marina Abramovic

Tra i comportamenti e i linguaggi espressi nella storia dell’arte degli anni ’70 del Novecento, uno dei primi è proprio quello del corpo, che diviene soggetto e oggetto dell’azione artistica; una grande coscienza di sé, del proprio corpo e dei propri limiti sono necessari alla realizzazione dell’azione.

Molti sono gli artisti contemporanei che hanno utilizzato il proprio corpo, talvolta quello degli altri, come mezzo espressivo e in modo differente, pensiamo a Gina Pane, Vanessa Beecroft, Orlan e ancora, le rappresentazioni degli azionisti viennesi tra cui Hermann Nitsch, per citarne solo alcuni.

Ma nella rosa degli artisti che agiscono sul proprio corpo, un’attenzione particolare meritano le straordinarie Performance dell’artista serba considerata la nonna della Body Art, Marina Abramovic.

Nell’arte dell’Abramovic l’utilizzo del corpo diventa provocazione che sfocia spesso in autolesionismo, il corpo diventa un mezzo per fare dichiarazioni che possono essere in alcuni casi molto violente, come nella performance Rhythm 5, eseguita nel 1974, dove l’artista rievoca l’energia prodotta dal dolore attraverso una grande stella a cinque punte intrisa di petrolio, che accende all’inizio dell’esecuzione; all’interno della stella getta unghie delle mani e dei piedi e capelli, strappati e  tagliati dal suo corpo, come a voler purificare fisico e mente, riferendosi alle tradizioni politiche del suo passato. Ma non basta, Marina entra all’interno della stella che brucia, perdendone i sensi, raggiungendo quel limite fisico, senza il quale, secondo l’artista, si deve e si può performare.

Nella serie Freeing The Body, Freeing The Memory e Freeing The Voice, è la liberazione la parola chiave, ed è lei a condurre le performance; purificarsi è un momento catartico che Marina porta all’estremo, fino a perdere coscienza, percezione della realtà, una volta ballando, l’altra pronunciando ogni parola impressa nella sua memoria, l’altra ancora urlando.

L’Abramovic sfida se stessa ma anche il pubblico e lo fa in maniera diretta e coraggiosa; tende a concedersi, a concedere il proprio corpo così com’è, integralmente nudo; la sua è un’arte di condivisione, condivisione di un’esperienza tra il performer e il pubblico, vissuta con un’intensità tale da renderla trascendente.

È l’approccio emotivo a fare la differenza nella performance, è lo stato d’animo con il quale l’artista l’affronta di volta in volta e che “come un guerriero conquista nuovi territori, ma anche se stesso” per dirlo con le sue parole.

L’artista serba si pone come obiettivo il proprio limite, mentale e corporeo e chiede allo spettatore di affrontarlo e superarlo con essa offrendogli il suoi aiuto, come quando in Imponderabilia del 1977, insieme all’artista Ulay, compagno di vita e lavoro e con il quale condivide per molti anni opere di Body art, arriva a suscitare nello spettatore un forte imbarazzo; i due protagonisti si pongono nudi e faccia a faccia sulla soglia di uno stretto passaggio attraverso il quale lo spettatore deve passare strisciando con il proprio corpo su quello di uno dei due artisti, superando così secoli d’interdizioni sessuali.

Il corpo, da oggetto privilegiato dell’arte e filtrato dalla “rappresentazione”, diventa soggetto e  azione che nelle opere dell’Abramovic si compie ferocemente, comunicazione estrema, come  nell’incisione di una stella a cinque punte (Lips of Thomas, 1975) che l’artista pratica con un rasoio sul proprio ventre: è un’immagine violentissima e cruda che diventa una vera e propria icona della Performance Art.

Marina vive un forte approccio emotivo nelle sue performance; per dire addio allo storico compagno del duo The Others e grande amore della sua vita, Ulay, percorre 2.500 chilometri della Muraglia Cinese (The lovers 1988), per poi incontrarlo al centro del percorso, abbracciarlo e lasciarlo andare per sempre.

L’artista percorre una sfida intensa con il proprio corpo, ma allo stesso tempo riesce ad esprimersi affrontando qualcosa di “molto vicino al nulla” con lo stesso corpo; nel Marzo 2010 esegue al MoMA di New York una performance dal titolo The Artist is Present, durante la quale, seduta ad un tavolo su una sedia e al centro di uno spazio completamente vuoto, affronta milioni di spettatori che a turno le siedono di fronte e la fissano in silenzio per qualche minuto, emozionandosi semplicemente guardandola.

L’artista si concede totalmente al pubblico protagonista della performance, che le racconta la propria storia e le emozioni vissute in quell’istante, empatia pura.

È il pubblico il suo vero amore, è con lui che dialoga, è al pubblico che trasmette sensazioni, è da lui che ne riceve, Marina ha bisogno del suo pubblico, non sarebbe la stessa senza di esso, lo ama con tutta se stessa.

Per tre lunghi mesi ogni giorno è disposta a concedersi totalmente, e lo fa in uno stato di grazia, di armonia, eliminando lo spesso confine tra corpo e ambiente, dimenticando completamente la sua vita.

Una “provocatrice di emozioni”, un artista che si emoziona fino al punto di annullare i propri sensi per concedersi pienamente a qualcuno che non conosce neppure.

Un atto generoso il suo, una profondità straordinaria, un fine nobilissimo.

pubblicato su Sineresi Art Magazine

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